Elogio della vecchiaia

©2004-2007 Vittorio Calogero

Prendo lo spunto da una articolo scritto dal prof. Galimberti per fare alcune considerazioni sulla vecchiaia e il modo come essa è vista e vissuta nella nostra società occidentale.

In un articolo pubblicato sulla Rivista La Sana Gola, avevo messo in evidenza come il mondo efficientista e tecnologico, in cui viviamo, tende a creare, anche quando si affrontano argomenti relativi alla salute, aspettative di risultati miracolosi, che operino rapidamente e senza attivo coinvolgimento degli interessati.

Nelle società tradizionali la vecchiaia, ora chiamata eufemisticamente la terza età, era considerata con grande rispetto e gli anziani erano considerati i depositari della saggezza e dei valori su cui si basava quella determinata cultura.

Nelle società in cui la vecchiaia è accettata come parte della struttura sociale, gli anziani rimangono estremamente vigorosi.

Le persone invecchiano e muoiono perché vedono gli altri invecchiare e morire. Il corpo che invecchia risponde ad un condizionamento sociale. L'aspettativa che abbiamo ereditato, secondo cui il corpo deve deteriorarsi con il tempo insieme con la convinzione che siamo destinati ad invecchiare, crea il fenomeno che chiamiamo invecchiamento.

Molto spesso gli anziani nelle nostre società altamente "progredite" hanno abdicato al loro ruolo di guide, perché essi stessi sono cresciuti in una società che li espropria del proprio valore, e li educa a sentirsi inutili, già prima della fine del ciclo produttivo. Così i pensionati si creano degli hobby, ma implicitamente accettano il ruolo marginale, che viene loro assegnato dalla società.

Purtroppo, nella nostra cultura è diffusa " l'idea che la vecchiaia sia un tempo inutile, che ha nella morte il suo fine, in attesa della quale, grazie alla medicina e ai servizi sociali, sopravvivono mummie animate, paradossi sospesi in una zona crepuscolare". Ho riportato una frase da un articolo apparso sulla Repubblica, di cui è autore il prof. Umberto Galimberti, il quale afferma che, a sostegno del mito della giovinezza, ci sono delle idee malate, che regolano la cultura occidentale, basata sul primato del fattore biologico ed economico.

Si diventa vecchi quando si perde l'essenza della vita, la capacità di essere flessibili e trasformare se stessi. La più grande minaccia per la vita è non avere nulla per cui vivere.

La depressione spesso conduce all'invecchiamento prematuro. Le persone che invecchiano bene seguono il loro istinto e trovano quello che fa per loro.

Per controllare il processo di invecchiamento bisogna prima essere consapevoli.

L'intelligenza deve fluire, il corpo si mantiene in equilibrio attraverso ritmi e cicli complessi, emanando segnali di benessere quando il proprio corpo si trova in relazione armonica con il proprio ambiente.

Nelle cultura delle società da me studiate sul posto: gli Hunza del Pakistan e i Vilcabamba in Ecuador, gli anziani continuavano ad essere attivi fisicamente e mentalmente, e contribuivano validamente allo svolgimento dei vari compiti di una famiglia allargata, di cui essi erano parte integrante.

A livello sociale i rapporti tra i vari membri della comunità erano basati su principi di cooperazione e scambio, con valori sociali etici, religiosi generalmente condivisi."

Don Miguel Ruiz, maestro della scuola segreta tradizionale dei Toltechi, nel suo libro "Mastery of love" (1) (il dominio dell'amore) scrive che le persone in genere rifiutano l'idea dell' invecchiamento, perché credono che i vecchi non possano essere belli. "Un bambino appena nato è bello. Anche un vecchio lo è. Il problema è l'emozione che abbiamo negli occhi, che ci porta a giudicare e stabilire che una cosa e bella e un'altra non lo è". Siamo quello che crediamo di essere. L'unica cosa che dobbiamo fare è essere quello che siamo. È nostro diritto.

Bisogna anzitutto imparare ad amare il nostro corpo e permettergli di essere libero di dare, di ricevere, senza timidezza, perché essere timido significa avere paura. La bellezza è un concetto che acquisiamo. L'opinione degli altri ci influenza e noi abbandoniamo il controllo della nostra vita, quando dipendiamo dal giudizio degli altri. La bellezza non è altro che un concetto, niente di più che una credenza. Se siete una donna e credete in questo concetto, afferma Don Ruiz, basate tutto il vostro potere sulla bellezza. Ma il tempo passa, si invecchia. A questo punto iniziano le chirurgie plastiche, come lotta per mantenere il potere, se la donna ritiene che il suo potere risieda nella bellezza. Si domanderà se il suo uomo la ami ancora, adesso che non è più così attraente. La pubblicità sfrutta il desiderio delle donne di sembrare attraenti. Fa leva sui desideri consci o inconsci, che esistono negli esseri umani e si impegna al massimo per crearne dei nuovi.

Ma, osservando bene, la pubblicità finisce per danneggiare le donne, perché le immagini pubblicitarie focalizzano l'attenzione sull'aspetto fisico, trascurando altre qualità come intelligenza, personalità, cultura ecc.

Il prof. Galimberti, sulla moda crescente di ricorrere alla chirurgia plastica nel tentativo di prolungare la giovinezza e scongiurare la vecchiaia, cita Hillman, secondo cui per il bene dell' umanità, " bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica, perché ciò finisce per dar corda al mito della giovinezza, che vede la vecchiaia come un tempo inutile.

La faccia del vecchio, scrive Galimberti, è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia, è una falsificazione, che lascia trasparire l'insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi alla vista con la propria faccia. Chi non accetta la vecchiaia, continua il Prof. Galimberti, "è costretto a stare continuamente all' erta, per cogliere il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni".

È da sfatare l'idea che troppo lavoro mentale faccia male al cervello. L'obiettivo più significativo per cui vivere è raggiungere pienamente le proprie potenzialità. Gli ultimi anni della vita dovrebbero essere il momento dell'interezza, il cerchio si chiude e lo scopo della vita è compiuto.

Sarebbe auspicabile che gli anziani prendessero coscienza del proprio ruolo e facessero sentire la propria voce, per influenzare le scelte politiche e gli indirizzi produttivi delle società in cui vivono.

Per fare ciò bisogna prima di tutto che essi siano stati capaci di mantenere o recuperare la propria salute ed integrità fisica e mentale. Purtroppo c'è la tendenza ad accettare l'idea che la malattia e la decadenza siano un destino inevitabile, che la sclerosi ed altre forme degenerative siano un processo ineluttabile.

Invece non è così, come hanno dimostrato molte culture tradizionali che vivevano a contatto con la natura, come ad esempio: i Vilcabamba in Ecuador, gli Hunza nel Pakistan, i Tarahumara in Mexico, ecc.

In queste culture gli anziani continuavano ad essere attivi fisicamente e mentalmente, alimentazione era semplice, l'attività lavorativa era intensa ed era espletata nel rispetto della natura e dei suoi cicli. Le relazioni sociali e familiari erano improntate al rispetto di certi valori condivisi.

Ho usato il tempo passato, perché anche queste culture hanno recentemente subito l'influenza della modernità e quindi si sono avviate verso la propria estinzione culturale,che continuerà inesorabile, a meno che non ci sia una presa di coscienza e una volontà decisa a resistere alle lusinghe del modernismo consumista e tecnologico. Mentre scrivo queste righe, mi è capitato sotto gli occhi, un reportage apparso sulla edizione brasiliana del Nov.2005 di Selezione del Readers' Digest intitolato "Come vivere fino a 100 anni o arrivarci molto vicino". Questo reportage riguarda una ricerca in corso, da parte di una equipe dell'Università di Sassari, sui centenari in Sardegna, sopratutto quelli che vivono nelle remote montagne della provincia di Nuoro. Il progetto Akea (così battezzato in omaggio all'espressione cento anni) ha permesso di individuare 66 persone che avevano 100 anni di età e anche di più, su una popolazione di 265.000 abitanti.

Potrebbe essere interessante conoscere le conclusioni di questa ricerca, per compararla con quelle da me fatte sulle popolazioni Hunza in Pakistan e Vilcabamba in Ecuador, su cui ho scritto un articolo intitolato "Arte della longevità" (2) Nel suo libro "The longer life" lo scrittore Maurice Ernest, esaminò le biografie di centenari, risalendo a tempi antichi. Egli giungeva alla conclusione che sarebbe sufficiente comprendere alcuni processi fisici per allungare la vita fino a 100 -120 anni. Le prescrizioni erano queste: Mangiare con frugalità, fare esercizio fisico e vivere all'aria aperta, evitare stimolanti, sviluppare una personalità tranquilla e non incline alle preoccupazioni, scegliere una attività congeniale, avere una vita sessuale piacevole e senza eccessi.(3) Per concludere, poiché la Sardegna è .... vicina, rispetto al Pakistan o all' Ecuador, mi riprometto di andare sul posto per potere incontrare i ricercatori e soprattutto osservare le abitudini e mentalità di questi centenari "made in Italy". Questo incontro potrebbe l'oggetto di un ulteriore scritto su un argomento che, prima o poi interessare tutti noi.


(1)The Mastery of love. Don Miguel Ruiz tradotto in italiano dalle Edizioni Il punto d'incontro con il titolo La padronanza dell'amore
(2)Pubblicato sulla rivista La Sana Gola 2004
(3)Corpo senza età mente senza tempo. La nuova filosofia della giovinezza interiore. Deepak Chopra. Edizioni Sperling & Kupfer