Per una medicina pìù umana

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Storie di medici "dall'altra parte".


"Un grande oncologo colpito da un ictus riscrive la medicina dalla parte del paziente". Con questa frase inizia la presentazione di copertina del libro del Prof. Gianni Bonadonna, che ho scelto come prova emblematica della presa di coscienza della necessità di un rispetto della persona che vada oltre gli aspetti strettamente sanitari.1
Questo riconoscimento proviene proprio da parte di medici, che per varie circostanze della vita, si sono trovati "dall'altra parte", cioè sono diventati pazienti. Così essi hanno sperimentato in prima persona cosa vuol dire essere chiamati con il numero del proprio letto o della propria stanza.

La malattia è diventata occasione di consapevolezza della necessità di riconoscere la dignità del malato, i suoi bisogni, i suoi diritti.2
Medici famosi, all'apice della carriera professionale, come Sandro Bertaccioni, cardiochirurgo, Francesco Sartori, Mario Melazzini, primario di oncologia, Sylvie Menard, medico specialista in oncologia, dopo avere sperimentato la malattia, sono diventati membri del Comitato per la umanizzazione della salute, istituito presso il Ministero della salute.
Alla scuola di medicina - scrive il Prof. Gianni Bonadonna - i giovani medici arrivano impreparati. Durante il tirocinio imparano a mascherare o negare i sentimenti, "L'uomo è sezionato in tanti pezzi come in un quadro di Picasso".3 Tutto é diventato impersonale, si espone il caso clinico, non si parla della persona. "L'empatia è una parola di moda che si sfoggia nei convegni, ma per molti medici è soltanto virtuale. Invece è un fattore fondamentale di cura: vuol dire trasmettere e ricevere fiducia, sentirsi capiti, mettersi nei panni dell'altro".4

Il medico, osserva l'autore, si è adeguato alla tendenza dominante della nostra epoca di pensare in modo settoriale. È vero che la medicina ha fatto progressi, grazie alle nuove tecniche e alla scoperta di nuovi farmaci, ma manca ancora un fattore decisivo della cura: la comprensione della sofferenza. Nella graduatoria dei titoli del mercato della sanità l'umanità non ha alcun valore. Il paziente ha bisogno di essere ascoltato. Nel modo come la sanità funziona tutto è spersonalizzato. Il consenso informato è solo una formalità burocratica, perché il paziente non capisce nulla di ciò che ha sottoscritto. Spesso il non sapere niente sulla propria malattia aumenta l'angoscia del paziente.
Il prof. Bonadonna ripropone il vecchio dilemma "È giusto spiegare nei dettagli ai malati le loro reali condizioni di salute, quando non esiste nessuna possibilità di guarigione?" Secondo l'autore, allo stato attuale, il principio guida cui i medici dovrebbero attenersi è quello secondo cui il paziente, che è in grado di intendere e di volere, ha il diritto di conoscere e di decidere.

Il malato, quale che sia la prognosi, deve avere la possibilità di sentirsi vivo, di uscire dalla gabbia del dolore. "Umanizzare vuol dire rendere un ambiente più vivibile, conferirgli dignità umana. Questa dignità, troppo spesso calpestata, non richiede prestazioni mediche miracolose, ma solo un'attenzione ai bisogni di chi soffre".5
Quando l'ammalato grave sta per morire, la medicina dice che non c'è niente da fare. A quel punto, invece, ci sarebbe molto da fare. Farlo vivere nel modo più dignitoso possibile è un atto di umanità.
L'autore mette in evidenza il fatto che tecnologia, efficienza e modernità ci aiutano a curare meglio le persone malate, ma in questo sistema, governato da una logica simile ai criteri produttivi di un'azienda, si è creato un grande vuoto umano. Terminale è una parola che ricorre molto spesso nel linguaggio medico. Si possono rendere più umane le parole della burocrazia medica.
Davanti a situazioni disperate ci sono medici e ospedali che dirottano altrove i loro pazienti. Li scaricano.

Dà sollievo e speranza poter leggere delle pagine così esplicite e piene di umanità, perché ciò permette ad ognuno di noi di allontanare lo spettro di essere trattati come semplici oggetti, in caso di un ricovero di emergenza.
Il messaggio del Prof. Bonadonna e le sue iniziative a livello sociale ci fanno sperare che un numero sempre maggiore di pazienti faccia valere il proprio diritto di essere trattati con rispetto ed umanità, qualunque sia la prognosi che viene fatta.6

Si può sempre curare, afferma l'autore, anche quando non si riesce a guarire. La medicina è arte, perspicacia, intuito, capacità di creare un dialogo con il paziente.
Non si può combattere il cancro se non si combatte con e per il paziente, dedicando al malato il tempo dovuto e costruendo con onestà un rapporto di fiducia. I pazienti assistiti con sollecitudine collaborano più efficacemente e si riprendono prima, rispetto ai pazienti trattati come semplici numeri.
Soprattutto nel campo della medicina oncologica si è giunti ad una frammentazione e una tecnicizzazione eccessive, con sempre minore attenzione all'ascolto dei problemi del paziente.
"Il compito di ogni medico oggi è riguadagnare la credibilità che gli è stata tolta dall'umiltà perduta e dalla corsa al business e al mercato".7
Troppi politici dettano le regole per l'ingresso e la carriera dei giovani medici. Per anni negli ospedali pubblici non si è tenuto in nessun conto il talento professionale.
Le terapie mediche poggiano su due pilastri: la conoscenza scientifica e l'umanità. Un buon medico è colui che merita la fiducia del paziente, rispettandone la dignità ed l'autonomia decisionale.
A contatto quotidiano con la morte, il medico vede il limite dell'uomo, la sua impotenza, il suo interminabile soffrire [...] si rende conto che assistere gli ammalati e difendere la vita costituisce anche un segno di civiltà.8

Ci si commuove quando il prof. Bonadonna racconta l'esperienza della sua visita ad una delle case di accoglienza per morenti, create da Madre Teresa a Calcutta (India) chiamata "Casa del cuore puro". Egli è colpito dalla serenità del luogo in cui non si avverte l'atmosfera di angoscia e solitudine che circonda i malati senza speranza. Madre Teresa ha scoperto che la malattia più grave non è la lebbra, la malnutrizione, ma qualcosa di peggio: la sensazione di essere indesiderati, abbandonati.
Coloro che fanno volontariato possono aiutare i medici a capire come avvicinarsi meglio alla sofferenza delle persone. Essi costituiscono quell'espressione di umanità che tante volte manca nel contatto medico paziente.

Il medico non dovrebbe diventare complice del marketing della salute, che riduce la figura del medico alla stregua di un operatore di mercato.
La medicina, come arte raffinata di assistenza umana, al di sopra della tecnologia, dovrebbe passare per l'etica. Più che offrire nelle Università lezioni di informatica e di inglese, cose che gli studenti già fanno per proprio conto, il Prof. Bonadonna auspica che vengano rafforzati gli insegnamenti che ci vengono dalla storia della medicina e dalla filosofia. Questo perché gli studenti di medicina hanno bisogno di una formazione morale, (che la scuola e la famiglia non sono più in grado di dare), per costruire una generazione di medici, capaci di farsi carico del malato nella sua globalità.9

Nel capitolo intitolato "La voglia di ricominciare", il Prof. Bonadonna racconta come in certe università americane si chiede ai docenti di immaginare la propria scomparsa e di ripensare alle cose più importanti da lasciare in eredità agli studenti. Ricordando l'ultima lezione del Prof. Randy Pausch, un giovane ricercatore colpito da un tumore al pancreas, la definisce come un inno alla gioia di vivere. Pensando ai propri figli, il Prof. Pausch aveva affermato che onestà, integrità e rettitudine sono semi da gettare per il futuro.10
Il Prof. Bonadonna, volendo anche lui lasciare ai propri figli l'esempio di un padre che combatte e non si arrende, afferma che chi fa una scelta non deve indietreggiare fino a quando non giunge al traguardo. Così egli conclude l'ultimo capitolo: "Il giorno più bello da medico è stato quando ho potuto dire a un malato che la possibilità di vivere c'era davvero, che il cancro era sconfitto. Il giorno più bello da malato è stato quando ho cominciato a credere che sarei riuscito e rivedere i miei figli e a completare il mio percorso: cambiare una medicina ancora troppo arida e burocratica, per farla diventare più umana".11


1 Vedi Gianni Bonadonna con Giangiacomo Schiavi, Medici umani, pazienti guerrieri, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008
2 Ibidem 13.
3 Ibidem 26.
4 Ibidem 28.
5 Ibidem 46.
6 Vedi il capitolo "Vivere bene, vivere a lungo, morire serenamente" tratto da Vittorio Calogero, L'Arte della longevità, scaricabile www.vittoriocalogero.com.
7 Nicola Dioguardi citato a p.92 del libro di Gianni Bonadonna.
8 Ibidem 106.
9 Ibidem 132-133.
10 Ibidem 142.
11 Ibidem 143.